Il primo capitolo de IL GENERALE

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Nell’oscurità della navata, appena attenuata da una diafana lama di luce lunare, un’ombra svoltò all’altezza del san Carlo e si arrestò, infastidita dall’effluvio proveniente da un moccolo prossimo a estinguersi: detestava l’odore degli stoppini esalanti le ultime scintille. Mai nessuno, prima, si era accorto della diversità di olezzo tra una candela appena accesa e una all’ultima favilla. Ma lui sì. Lui l’aveva notato. Fosse anche stato bendato, fiutando l’aria, avrebbe saputo dire a che stadio dell’esistenza era giunto il cero che aveva innanzi. Alzò il piede sinistro – cominciava a camminare soltanto con il piede sinistro -, e si mosse. Sotto l’ampia volta, lo scricchiolio di una porta si prolungò, rimbalzando di arco in arco, solleticando l’udito dei santi dipinti e scolpiti, unici spettatori di quella scena. Da un’apertura prossima al soffitto penetrava una lievissima brezza umida risalente dal fiume. La bava di vento lo sfiorò e, a contatto con la sua pelle bagnata di sudore, risultò essere ben più fresca di quanto in realtà non fosse. A quell’inaspettato refrigerio, sospirò. Nel silenzio assoluto, lo sbuffo risuonò fragoroso come un tuono. Con la mano mancina prese il moccichino, che teneva nella tasca sinistra, e si asciugò la fronte imperlata di gocce. L’ombra avanzò sicura. Aprì una nuova porta e…
***
Se taluno, quella notte, si fosse trovato ad attraversare il borgo di Melegnano, si sarebbe ben presto accorto che pochi stavano dormendo: soffi, gemiti e il rumore del continuo rivoltarsi nei pagliericci uscivano dagli infissi spalancati e ruzzolavano in mezzo alla via. Il caldo insopportabile di quel giorno d’estate non si era affievolito neanche all’avvento del tramonto e solamente il Lambro riusciva ad allungare sul villaggio un refolo di frescura. Persino l’astro diurno aveva vissuto una giornata spossante per l’afa: i suoi raggi, velati dalla caligine, erano infatti caduti scialbi, tracciando a malapena sbiaditi aloni. Tutto aveva una tinta uniforme e lattiginosa che bruciava gli occhi e la luna, che aveva sostituito il sole in cielo, ne era la cinerea controfigura.
***
Il piccolo tonfo, che sottolineò la chiusura della porta, fu immediatamente seguito da una serie di schianti e da un grido. La corda della campana principiò a scivolare prima in basso e poi in alto, e il ruvido rumore del suo scorrere si trasformò ben presto in un rintocco. Il secondo suono si propagò senza destare sorpresa, essendo quella l’ora notturna. Al terzo don, gli abitanti di Melegnano cominciarono a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto, al quinto molti si affacciarono a guardare l’orologio del campanile che segnava appunto le due. Al decimo, i più solerti furono in strada, al quindicesimo l’allarme si diffuse – una scampanata così doveva essere avvisaglia di un pericolo serio -, al ventesimo alcuni si precipitarono, torce in pugno, a casa del prevosto nel tentativo di capire cosa stesse accadendo, al trentesimo la folla crebbe e al quarantesimo il frastuono irritò gli animi più sensibili. I cani risvegliati dal baccano ulularono alle stelle e le donne, preoccupate per l’incertezza del momento, estrassero i rosari per le giaculatorie. Il vecchio Anacleto, salito a fatica su un ceppo di legno, arringava i presenti, annunciando il prossimo arrivo delle truppe austriache che avrebbero riconquistato il regno. Il vegliardo era un nostalgico dei bei tempi e mal aveva digerito l’unità d’Italia.
Non gli andava a genio manco il periodo guerreggiante di Radetzky, e invocava, addirittura, la resurrezione della compianta Maria Teresa. Per farlo imbestialire – era nota la sua avversità per le terre di Francia -, qualcuno gridò di aver scorto sì, delle soldatesche avvicinarsi, ma che quelle in procinto di giungere erano di Napoleone. Al nome dell’imperatore, l’oratore fu scosso da tremiti di odio e in tre dovettero prenderlo di peso e riportarlo a casa, mentre apostrofava, in lingua tedesca, tutti coloro che non erano sudditi di Vienna. Quanti anni avesse, era un mistero. Doveva essere, tuttavia, molto anziano per ricordare le imprese del Feldmaresciallo. Un lustro addietro, un predicatore di passaggio, colpito dall’energia vitale dell’allora già vetusto Anacleto, l’aveva paragonato a un santo di nome Caralampo, un vescovo greco, vissuto ben centotredici anni e morto, nonostante l’età, martirizzato. Il soprannome così concepito durò però ben poco. La parlata locale, infatti, mescolata all’ignoranza del volgo, sommata alla cattiveria proverbiale dei giovani, l’aveva ribattezzato, rebus sic stantibus, e con una certa assonanza, Carampana. – Su nient – disse il prete, sbadigliando, agli uomini assiepati davanti al suo uscio. Lanciò una rapida occhiata alla porta laterale della chiesa e gli parve – in quel buio non si poteva essere sicuri di nulla – che fosse aperta. Il campanone, intanto, continuava imperterrito il concerto e si iniziò a maledire l’invocato Napoleone che, all’epoca, in una botta di rara bontà, aveva deciso di lasciare tutto quel bronzo sul campanile, anziché trasformarlo in cannoni. Il sacerdote, con un cenno del capo, indicò al drappello di muoversi in quella direzione. Il chiarore tremolante delle fiaccole svelò, sotto le volte a crociera, lo sguardo sorpreso dei santi disturbati da quella cagnara. Puntarono, senza indugio, verso la torre campanaria. Il primo a entrare nella stanza fu Lindo, l’oste della taverna alla stazione de El gamba de legn. Si arrestò sulla soglia non appena il fuoco, che portava in mano, illuminò il vano. Non poté credere a ciò che gli stava innanzi agli occhi.

Dove lo trovo?

In libreria e…

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